29 maggio 2015

Uomini e sale

Tutto è sconfinato in questa regione d’Etiopia, tutto è immerso nella luce: bianco, azzurro, infinito e piatto. Ma è un inferno, rovente e inospitale.

La carcassa di un asino, avvolta dal sale dopo lo scempio di sciacalli e avvoltoi, giace a terra. Gli uomini passano lenti, senza nemmeno uno sguardo per chi un tempo portava sale con loro, per loro.

Questa è la Piana del Sale, nella vasta Depressione Dancala, a oltre 150 metri sotto il livello del mare. In ere geologiche lontanissime, un braccio del Mar Rosso rimase intrappolato qui, tra due catene montuose create dallo scontro di ben tre placche tettoniche. Il sole ha fatto il resto: ha prosciugato l’area e creato, così, uno dei depositi di sale più estesi al mondo, 200 chilometri di spianata bianca, accecante, interminabile. Un sedimento spesso centinaia di metri, un sale antico e di poco pregio, ma indispensabile all’economia di queste regioni dove da secoli viene usato per le bestie da allevare.

Si scava nei mesi invernali, perché i 60 gradi dell’estate dancala sono troppi per qualsiasi essere vivente. Si sfrutta solo la parte superficiale del sale, una crosta di una decina di centimetri.

Due sono le etnie che lavorano qui: i musulmani Afar, in passato duri e scontrosi, collaborano ora con i cristiani copti del Tigray, che provengono dalla regione confinante. Per tutti, due ore di cammino per arrivare dall’ultimo avamposto alla zona di scavo, otto ore di fatica e altre due ore per tornare. Li raggiungono dromedari, asini, muli e uomini che percorrono in giorni e giorni le carovaniere degli altipiani. Avanzano sotto il sole e sembrano galleggiare all’orizzonte in traballanti miraggi, fino a quando si fanno vicini.

L’area di estrazione è grande, ma minuscola rispetto alla pianura: il sale smosso e gli uomini che lavorano sono l’unica nota di movimento in questo uniforme deserto. Con le scuri i raccoglitori spezzano la superficie compatta in grandi lastre che sollevano poi con lunghi bastoni. Accovacciati sotto il sole cocente, i piedi nella melma salata, gli occhi socchiusi per i mille riverberi, con gesti rapidi i tagliatori trasformano i blocchi in piastrelle perfette. Ad ogni colpo di spatola, grani di sale si depositano su pelle, maglie sgualcite e ferite coperte da stracci sudati. E mai alzare gli occhi oltre i blocchi impilati: guardare altrove dà la vertigine. Allora giù a testa china, a riempire di fatica il vuoto. Asini e dromedari, immobili, aspettano di essere caricati; cammellieri riporteranno la carovana ai centri di raccolta: un viaggio lunghissimo al fianco di animali legati in fila indiana, su scorciatoie polverose tra valli e montagne.

È lo stesso antico itinerario percorso con fierezza centinaia di anni fa, quando il sale era moneta di scambio, come l’oro e l’argento. Un giorno, neanche tanto lontano, l’asfalto coprirà la pista che porta alla Piana e camion arrugginiti devasteranno l’orizzonte. Intravedere una carovana, allora, sarà davvero un miraggio.

© Enrico Madini 2014

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Il testo di “Uomini e sale” di Enrico Madini è distribuito con licenza

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